Immagina di essere seduto a un tavolino, a chiacchierare con un amico. Si parla del mondo, di quanto sia difficile trovare la pace, con tutte le tensioni che ci sono. Poi, inevitabilmente, si finisce a parlare di sport, perché lo sport è un po’ uno specchio della società.
E qui, la conversazione prende una piega interessante. Perché, diciamocelo, è facile invocare la pace nel mondo, ma poi, nel nostro piccolo, ci facciamo la guerra per un tesseramento o per un atleta che cambia squadra. Federazioni, enti di promozione, tutti a litigare, a tirare in ballo regolamenti e cavilli.
Per fortuna, però, c’è un’eccezione, un’oasi felice: il CSI di Milano. Qui, le cose vanno diversamente. C’è collaborazione, amicizia, un vero spirito di squadra con il CONI e le federazioni. Si lavora insieme, per il bene dei ragazzi, e si costruiscono ponti, non muri.
Pensa alle Olimpiadi degli Oratori: un evento incredibile, reso possibile proprio da questa collaborazione. E non è un caso isolato, ma la norma. Un esempio piccolo, ma significativo, di come la pace si possa costruire concretamente, giorno dopo giorno.
Allora, ci si chiede: perché non può essere così ovunque? Perché dobbiamo scandalizzarci per le guerre nel mondo, e poi farci la guerra nei nostri stadi, nelle nostre riunioni?
Forse, dovremmo imparare dal CSI di Milano, e capire che la pace non è solo un ideale lontano, ma qualcosa che si costruisce con piccoli gesti, con la collaborazione, con la voglia di lavorare insieme.
Perché, alla fine, lo sport dovrebbe essere un esempio di pace, di fratellanza, di rispetto. E quando lo è, funziona alla grande.

Gemini